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LA
STORIA
L’Incantata
Pechino è inondata del sangue dei notabili dell’Impero Cinese. Loro
unica colpa è desiderare Turandot, algida Regina d’Oriente:
sua è la suprema bellezza dell’Infinito, mai ella lascerà che vile
essere umano intacchi la sua perfezione. Dall’alto della sua maestà,
Turandot lancia la sfida: risolvere tre enigmi suggeriti dal
Respiro del Drago. Chi riuscirà, siederà sul trono della Cina e potrà
avere lei in sposa. Ma chi fallirà, cali la testa al cospetto del
boia. E così rotolano per le vie della Capitale le teste dei
pretendenti, che la brama di potere e la bassezza morale rendono
incapaci di fronteggiare la contesa. Solo Kalaf, principe in esilio e
in cerca di riscossa, possiede il potere per afferrare l’Assoluto e
far sua Turandot. Nascosta nel petto egli porta l’arma che sgretola
gli Imperi e che uccide gli dèi: l’amore.
La
sfida tra Kalaf e Turandot è la sfida tra l’umano e il divino,
tra la passione devastante e la gelida trascendenza. Una sfida che
ammette due soluzioni: entrambi sconfitti, o entrambi vincitori. Perché
il destino del mondo, terreno o celeste che sia, ruota attorno all’Amore,
signore e padrone di tutto.


Il
mito di Turandot rivive, attraverso il testo originale di Giacomo
Galletti, nelle fattezze della splendida Chiara Ciofini
diretta ancora una volta da Alessandro Riccio. Accanto a lei
diversi volti del panorama fiorentino: Daniel Dwerryhouse nei
panni di un Kalaf irruente e indomito, incarna un ideale di eroe fuori
dal tempo, di animo puro e temperamento ardente; lo accompagnano i suoi
fedeli servitori: la soave e devota Liù (Piera Dabizzi) e l’esuberante
e giocoso Macòn (Daniele Favilli).
Due
ministri sopra le righe, il boia cruento, l’oracolo avvolto nel
mistero, fanno da magica cornice a questa inedita versione di un
personaggio ormai saldamente ancorato all’immaginario collettivo:
Turandot nasce infatti tra le pagine de Le
Mille e Una Notte, per incarnarsi successivamente nella versione
teatrale che Carlo Gozzi ne fece nel settecento; tragedia con Schiller
(1802) e commedia amara con Bertold Brecht, Turandot deve
comunque la sua planetaria popolarità all’Opera omonima che Puccini
compose nei primi del 900.
Il
testo di Giacomo Galletti dà alla storia nuova luce, tenendo presenti
tutti gli illustri precedenti ma ricercando e trovando una sua estrema
originalità.
La forza visiva di Alessandro Riccio ne è perfetto
compendio al fine di evocare una Cina incantata e mitologica,
quella dei sogni degli occidentali piuttosto che della ricostruzione
storica.
Il tutto finemente impreziosito dalle atmosfere
sonore di Alessio Riccio, impegnato da anni in un percorso di
riscoperta della musicalità primordiale attraverso la scultura sonora,
e dai costumi
di Eleonora Sorri e Daniela Ortolani, magnificenti drappi
fiabeschi che sono essi stessi una presenza viva sulla scena.
 
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